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By gynepraio6 Settembre 2013In Personale

Dare ragione agli stupidi

Come tutti i miei cugini, ho imparato a contare giocando a Rubamazzo. Infatti, mia nonna materna (la stessa di “Sentieri” e del latte intero, per intenderci), è un’eccezionale e fortunatissima giocatrice di carte. Quando ci riteneva finalmente adulti, cioè intorno ai 2 anni e mezzo, apriva una scatola rossa che conteneva le sue Carte dal Negro, così vecchie e usurate che la Regina di Cuori sembrava una battona di settant’anni.

dar ragione agli stupidi

la perdizione

A differenza di mia nonna che, sempre regale e dignitosa, annunciava: “Neuda, nan, ormai ta s’è granda: non si può minga andà avant’ inscì. Mochela de guardà la televisione, che t’insegni a giogà a Rubamazzo” (mix di dialetto milanese e italiano: “Nipotina, figliola, ormai sei grande: non si può mica andare avanti così. Smettila di rincoglionirti dinanzi alla TV, che t’insegno a giocare a Rubamazzo”).

Dopo quel Battesimo, appresi cos’era la crudeltà: MAI, neppure una sola volta, mia nonna si fece battere, anche solo per farmi assaporare il gusto effimero della vittoria. Finita la sessione di gioco diceva con un certo brio: “Neuda, nan, apparecchiamo che ancuei fem il passato di verdura.” (mix di dialetto milanese e italiano: “Nipotina, figliola, apparecchiamo che oggi facciamo il passato di verdura”. Piatto che andava per la maggiore in casa sua, ragion per cui non si capisce l’allegria con cui lo annunciava ogni volta).

L’Educazione Siberiana di mia nonna prevedeva che, dopo due anni di training a rubamazzo, si poteva passare a Scala Quaranta. Anche lì, umiliazioni a non finire: prima di capire che avevo veramente 40 punti in mano e potevo realizzare qualcosa, lei aveva già chiuso. L’ipotesi di farmi vincere rimaneva assolutamente impercorribile. Per prendermi le mie prime piccole soddisfazioni, ho dovuto attendere il rito iniziatico successivo, il Bar Mitzvah dei giocatori di carte: Machiavelli.

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Trattandosi di un gioco d’intelligenza, potevo finalmente vincere. Ma mai troppo, perché mia nonna era ed è incredibilmente fortunata.

Da buona bambina complottista, ho spesso pensato che mia nonna fosse una donna crudele e volesse farmela pagare in quanto unica nipote bionda quasi come Gesù. Con l’accento diverso, oltretutto, perché quella scriteriata di sua figlia maggiore, AKA mia madre, era andata a vivere nel peccato con un torinese comunista invece di mettersi con uno di quei bei fioj di Abbiategrasso che le facevano la corte.

Ci ho messo un po’ di anni, tipo trenta, a capire la morale. La nonna, in realtà, mi voleva educare al rispetto per l’avversario, senza trattamenti speciali per chi sa suscitare tenerezza o pietà. Mia nonna mi ha insegnato che non ci sottrae alla pugna neppure in caso di manifesta inferiorità intellettuale della controparte. Insomma, non si dà ragione agli stupidi.

PS. La nonna vive in una casa di riposo dove, oltre a guardare le telenovelas e il TG4, continua a giocare con gli altri residenti* e stravincere con la stessa nonchalance. Sta bene. La frase che pronuncia più spesso vedendomi è: “Neuda, nan, disciules e sposati, che te s’è vecia” (mix di dialetto milanese e italiano: “Nipotina, figliola, datti una mossa e sposati, che sei vecchia”).

*sto leggendo “La scopa del sistema” di D.Foster Wallace e ho appreso che gli abitanti di una casa di riposo non si chiamano pazienti né ospiti, bensì residenti.

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