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By gynepraio30 Settembre 2013In Personale

gynepraio meets lombroso: bene ma non benissimo

Evidentemente non ero paga degli esperimenti culinari del weekend precedente.

lombroso

Questo sabato ho visitato un museo, approfittando dell’ingresso (eccezionalmente, sottolinea la cassiera) gratuito. Per l’occasione, ho anche sfoggiato la mia tenuta da gattara in modo che nessuno si sentisse autorizzato a rivolgermi la parola. Nessuno, ad eccezione della guardasala che mi ha immediatamente intimato di non fare foto. Eccovi un resoconto della visita al prestigioso Museo di Cesare Lombroso di via Pietro Giuria 15 a Torino.

lombroso

Iniziamo subito sfatando un po’ di miti: non è torinese, bensì veronese, e non si chiama Cesare bensì Marco Ezechia. Scorpione di seconda decade, famiglia ebraica che si può permettere di farlo studiare medicina nel 1850, quando i livelli di fiducia nella scienza erano ai massimi storici. Uomo dalla formazione eterogenea: dopo la laurea lavora come medico militare, ricercatore, direttore di manicomio e finalmente professore ordinario di medicina legale presso il carcere di Torino.

CHI BEN COMINCIA. Parte con la pellagra, malattia che affliggeva le popolazioni del NordOvest che si nutrivano di sola polenta e avente come conseguenze una magnifica triade: demenza, dermatite e diarrea. Il nostro si convince che il colpevole sia il mais colpito da un fungo e dedica numerosi anni a sostenere la sua tesi, mentre il resto della comunità scientifica cerca di dirgli con delicatezza che, ecco “mancano un po’ di prove”.  Qualche anno dopo viene fuori che il mais è un alimento incompleto e che è la denutrizione la vera causa della pellagra. Si scopre che arricchendo l’alimentazione e somministrando acido nicotinico si poteva guarirne: la sostanza viene poi ribattezzata Vitamina PP (Pellagra Preventing).

PIEMONTE VS CALABRIA. Dimentico di questa tampa, Cesare non perde tempo e fonda l’antropologia criminale, che gli dà ben altre soddisfazioni. Si diletta prima sul cadavere del brigante calabrese Giuseppe Villella, analizzandone il cranio e scoprendo in esso l’esistenza di una fossa alla sua base, tipica delle scimmie; da qui l’idea -mai abbandonata- che i criminali fossero biologicamente “meno evoluti” rispetto agli onesti cittadini. E’ l’inizio della sua carriera ma anche di una lunga disputa tra la regione Piemonte e la regione Calabria, che ancora se ne contendono i resti e disquisiscono sulla presunta innocenza del criminale e sulla scarsa credibilità dello scienziato. Per dimostrare la (cor)relazione tra criminalità e tratti primitivi o atavismo, Cesare chiama in causa anche i tatuaggi, retaggio delle società tribali e, guarda caso, dei carcerati.

SIAMO TUTTE CRIMINALI. E’ in quegli anni che la questione femminile inizia ad emergere e il nostro, che retrogrado certamente non era, sottopone il corpo della donna allo stesso metodo di studio dedicato all’uomo: lo misura. Oggetto di interesse è la povera Luigia Sola Trossarelli, una donna condannata a morte nel 1877 per aver ordito l’omicidio del suo ex amante, colpevole di essersi fidanzato con un’altra. Cesare ripercorre la sua storia familiare in qualità di perito e vi ritrova una madre isterica, uno zio e un nonno affetti da epatite, un padre vittima di colpo apoplettico, sorelle irritabili. Era gelosa, libidinosa, magra e piccola. Insomma, se si toglie la parte di “magra e piccola”, potrei essere io. Voi, che avete sorelle irritabili e nonni beoni, fate attenzione perché rientrate alla grande nel profilo della delinquente. Anche sul fronte dell’emancipazione femminile, Lombroso fa affermazioni pionieristiche e molto belle (Non una riga di quest’opera giustifica le molte tirannie di cui la donna è stata ed è tuttora vittima), ma poi nel 1893 butta giù un trattato sull’inferiorità fisica/morale/intellettuale delle donne dal titolo “La donna delinquente, la donna normale e la prostituta”. Per scriverlo, si fa aiutare dal giurista Guglielmo Ferrero il quale in premio si vince Gina Lombroso, figlia di Cesare. Chissà come ci sei andata volentieri all’altare, cuore mio.

IL COLLEZIONISTA DI OSSA. Avevamo detto che al nostro piaceva misurare. La questione era della massima serietà perché si era dotato degli strumenti più tecnologici dell’epoca tra cui un goniometro facciale mediano e di appositi archivi quali la cassettiera estesiologica. Tutti esposti, ovviamente. Lombroso fa anche calchi, prospetti, disegni, conservandoli con la precisione di un archivista benedettino. Colleziona crani, scheletri, ossa, corpi del reato, armi. Tuttavia, la parte secondo me più incredibile, poetica e realmente commovente del museo è la ricchissima raccolta dei lavori manuali realizzati dai prigionieri durante gli anni di detenzione. Carte da gioco fatte a mano, sculture di pane e cera, navi in bottiglia, bambole di pezza, lavori di ricamo, orologi da parete, pipe, gusci d’uova dipinti, origami, modellini di treni e soprattutto una meravigliosa serie di brocche/pitali su cui i detenuti hanno inciso frasi e dediche -molte di esse sgrammaticate e piene di trascrizioni dialettali-. Sono uscita da quella sala canticchiando St. Quentin di Johnny Cash con gli occhi lucidi. Pochi passi dopo, un altro pezzo forte: l’abito di Versino, internato presso il manicomio di Collegno e addetto alle pulizie. Affinché nessuno dubitasse mai del suo ruolo, credo, si fabbricò una tenuta interamente fatta di stracci del peso complessivo di 43kg, che lui indossava perennemente ed incurante delle condizioni atmosferiche.

I PAZZI SIETE VOI. Al nostro eroe piaceva stabilire correlazioni, e la più fondata che ha dimostrato è quella tra genio e follia. L’ottimo Cesare individua una categoria a metà tra sani e alienati: i mattoidi, tra i quali ammette di ritrovare alcuni tratti di genialità non reperibili tra le altri due gruppi. Un esempio tra tutti è Eugenio Lenzi, internato nel manicomio di Lucca e visionario autore di una enorme pipa-calumet, di un secretaire, e di una pseudo-specchiera dove non è possibile vedersi. Se avesse potuto mettere le mani sui contemporanei crani di Van Gogh, Munch e Klimt, chissà cosa ne sarebbe uscito. A difesa e riprova del fatto che Cesare nella scienza credeva davvero, quando è morto ha voluto che il suo scheletro divenisse parte della collezione. E’ stato cordialmente collocato all’ingresso, per salutare i visitatori.

ONLY THE BRAVES. Allo stesso indirizzo troverete il meno noto ma non per questo trascurabile Museo della Frutta. Sono solo una umile consumatrice ma non ho potuto non avvertire il fascino di questa raccolta pomologica di oltre mille frutti artificiali plastici. Visto che si potevano fotografare, ne trovate qui un piccolo florilegio, anzi una macedonia.

lombroso museo frutta

mele, pere, ciliegie, barbabietole e patate

svgti lascio perché ho finito l'ossitocina
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svgsu come si possa non vedere Bling Ring e vivere ugualmente

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