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By gynepraio9 Ottobre 2014In Personale

l’arte di piangere secondo necessità

Come al solito passo da un estremo all’altro. Poco più di un anno fa, ho avuto un periodo ad alto stress emotivo durante il quale ho onorato chiunque del privilegio di vedermi piangere. In quel momento, avrei pagato qualsiasi cosa per un po’ di autocontrollo e dignità in più. Ripensandoci, però, nell’autocommiserazione e nelle lacrime, nella loro vergognosa e universale teatralità, c’è un enorme potere salvifico. Vuoi l’emicrania che segue il pianto, vuoi il cuscino caldo e umido come un grembo materno, dopo il pianto ci si rilassa completamente.

Anche adesso che sono tutto sommato felice, rimango una grande fan del piantone immotivato e ho mantenuto l’abitudine, ogni due o tre settimane, di concentrare in una sola sessione di lacrime tutte le microquestioni che mi affliggono. Teatro preferenziale di questi episodi, i viaggi di ritorno in auto, pieni di lunghe e noiosissime code ai semafori che divengono occasione per arrovellarmi su vecchi temi irrisolti e ancora meritevoli di una scenetta isterica. Il caso tipico è quando sono arrabbiata perché ho avuto qualche scaramuccia sul lavoro. Io lo so che c’è un pianto, raggrumato da qualche parte nella zona dello sterno, che però si vergogna ad uscire perché suvvia, mica si frigna perché il tuo capo t’ha fatta sentire un’incapace. Ci vuole un escamotage per scatenare il cosiddetto pianto a piramide: metodo molto semplice, che consiste nell’indursi il pianto a partire da una inezia e poi ritrovarsi a piangere un po’ per tutte le altre questioni marginali (lavoro, il nervosismo, la stanchezza, la frustrazione e via dicendo). Di solito, finita la mezzoretta di viaggio, tiro su col naso, mi asciugo la faccia con il bavero della giacca, parcheggio e salgo a casa più serena di prima.

piangere

Un tipico esempio di pianto dicembrino

 

Per indursi la commozione, serve un dolore altrui. Di solito parto con il capitolo “grandi donne tristissime”. Adele in Someone like you: lui l’ha abbandonata, sta per sposare un’altra, ma lei continua a pensare che sarebbero stati una gran coppia, ma è troppo british per augurare a entrambi di morire di tubercolosi. Fiorella Mannoia in Pescatore: lui la lascia sempre sola per andare a pescare, lei ha una voglia matta di limonare con un’altro ma il buonsenso la frena, su suggerimento del Signore Iddio si contiene e così vivrà di rimpianti tutta la vita. Lana del Rey che in Young and Beautiful denuncia il timore di essere scaricata quando ormai sarà vecchia e sfranta -e nel dubbio si rifà il naso-. Mia Martini attende la visita di cortesia del suo friend with benefit, consapevole che lo vedrà andare via facendo il gesto dell’ombrello sulle note di un minuetto. Maria Callas talentuosa scaricata da Aristotele Onassis per l’inetta Jackie Kennedy, che impazzisce e diventa schiava del Mandrax, Frida Kahlo innamorata di Diego Rivera che pensa bene di farsi quell’acqua cheta di sua sorella Cristina, Maria che si fa scaldare le mani sotto le ascelle di Hans in le Opinioni di un clown, Laura Antonelli che era bellissima ma viene irrimediabilmente sfigurata da un chirurgo ubriaco come una pigna, Sabina Impacciatore incazzata da 10 anni perché il ruolo di Penelope Cruz in “Non ti muovere” doveva essere suo, mia madre che nel corso di una lite lancia addosso a mio padre una enorme fetta di Parmigiano e si rintana in un’altra stanza dicendo maledetto il giorno che t’ho incontrato.

Se nessuna di queste situazioni ha funzionato, ricorro allo scaffale “Prima Infanzia”. Il piccolo servitore del Cacciatore di Aquiloni sodomizzato davanti agli occhi del protagonista, Celie-Whoopy Goldberg di Il Colore Viola che ama tantissimo sua sorella Nettie nonostante sia molto più bella di lei, Maculay Culkin-Thomas che muore per uno shock anafilattico in “Papà ho trovato un amico”, il Piccolo Lord che redime quel pezzo di fango di suo nonno, Pollyanna che riporta in vita quella figa secca di zia Polly, Le piccole donne tutte che sono povere ma la mattina di Natale portano la colazione ad una famiglia ancora più povera di loro, Suor Maria-Julie Andrews che canta My Favorite Thnigs ai figli del barone Von Trapp, li invita tutti nel lettone e poi stravince perché nel lettone ci finisce pure il barone.

Ci sono però delle volte in cui quel nodo di pianto nel torace non riesce proprio a sciogliersi. Allora lì mi dico, Valeria, a mali estremi, estremi rimedi. Pensa ai tuoi vecchi dolori. Richiamo alla memoria un giorno di novembre in cui una me diciottenne, con le Dr Martens nuove stava aspettando davanti al liceo che il suo primo e vero grande amore venisse a prenderla da Varese, e poi dopo un’ora si rende conto che lui non verrà mai. Se non basta -in fin dei conti sono passati quasi 15 anni- torno ad un tardo pomeriggio d’estate in cui realizzo che l’amore se ne sta andando via, e allora mi ritrovo a fare un discorso motivazionale alle piante sperando inutilmente che almeno loro non mi abbandonino.

Se nemmeno questo funziona, ritorno a quella volta in cui mi sono messa a scrivere la lettera d’amore più vera della mia vita. Rimango un po’ in piedi, alle spalle di quella me che continua a cancellare, riscrivere, limare, fissare lo schermo. La prendo per mano, la aiuto a mettere il pigiama, la accompagno a letto. Poi torno al computer e premo Invio al suo posto.

Ce l’ho fatta, adesso posso piangere liberamente.

“Questa, di piangere per pura forza di volontà, senza cipolle, senza schiaffi, senza ascoltare storie strazianti, era una delle sue doti più apprezzate dai registi. Le lacrime le sgorgavano a comando, come se aprisse un rubinetto, ed era possibile quindi inquadrarla in primissimo piano e senza mai fermare la cinepresa mentre passava dal riso a pianto.” (Speciale Violante, Bianca Pitzorno).

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13 Comments

  • esse.

    Ottobre 9, 2014 at 1:11 pm

    ailloviù.

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  • siboney2046

    Ottobre 10, 2014 at 2:55 pm

    Anch’io sento talvolta questo bisogno di pianti purificanti e una volta mi venivano proprio facili.
    Adesso è tutto congestionato.

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    • gynepraio

      Ottobre 12, 2014 at 12:11 pm

      Per piangere, il metodo migliore è pensare se stessi piangenti. E’ anche un modo per volersi bene, empatizzare con sé

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  • PuroNanoVergine

    Ottobre 12, 2014 at 7:38 am

    Riesci a raggiungere queste “vette”?:

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    • gynepraio

      Ottobre 12, 2014 at 12:18 pm

      Piange bene, ma da un punto di vista tecnico direi che ci sono troppi versi e poche lacrime, ecco, mi darei da fare sulla parte idraulica della faccenda.

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  • Angelica

    Ottobre 13, 2014 at 7:03 am

    Beata te che ci riesci, mi è venuto da dire appena finito di leggere..
    Beata te siii..perché io nel corso degli anni, ho affinato la tecnica contraria.
    Appena arriva il magone, vado giù di respiri lunghi, inspiro, sincronizzo il diaframma, non parlo o cerco un punto di appoggio emotivo e ributto giù il magone. E poi espiro. Tutto questo non perché sia fredda e distaccata, anzi, ma perché con il tempo ho imparato a gestire la mia sensibilità, non nascondendola solo a pochi e dandole il giusto valore.
    Per me il pianto è un atto di estrema profondità e trasparenza e va trattato con molta cura. (C’è da dire che la mia famiglia mi ha regalato un’educazione molto rigida e impostata- per poi sbudellarmi in cazzate appena potuto)
    La sera, poi, quando sono da sola a guardare Bonolis, il magone risale su, perché certo..puoi soffocarli per qualche ora, ma non se ne vanno finché non trovano libero sfogo nella loro natura di pianti.
    Hai ragione, piangere fa bene, fa molto bene. Libera per qualche istante le ombre che si accavallano nei pensieri.

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    • gynepraio

      Ottobre 13, 2014 at 7:18 am

      Credo che dovremo fare uno scambio culturale, perché credo sia importante imparare a trattenere le lacrime in pubblico. E’ sicuramente indice di maturità e autocontrollo (e anche dignità: te lo dice una che ha pianto pure addosso a un vigile urbano). Accetto suggerimenti.

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  • PuroNanoVergine

    Ottobre 13, 2014 at 5:54 pm

    Riesci a raggiungere vette come queste?

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  • PuroNanoVergine

    Ottobre 13, 2014 at 5:55 pm

    Scusami, non vedevo il commento e l’ho ripostato.

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  • Tunnel

    Ottobre 16, 2014 at 1:21 pm

    Bellissimo articolo, favolosa poi la piramide del pianto, azzeccatissima. Comunque, mi trovi perfettamente d’accordo, sono pianti liberatori. Anche io sono una piangitrice da macchina, di solito tragitto lavoro – casa. Se capita l’inverso, cioè casa – lavoro, allora è davvero brutta. Questi momenti, almeno per me, coincidono con la fase preciclo. I fattori scatenanti di solito sono insignificanti. Tra i più frequenti le canzoni di De Andrè, lo spot della Calzedonia (quello che concludeva con “speriamo che sia femmina”), tutte le rappresentazioni grafiche e sonore che narrino un rapporto madre/figlia, e certe favole. L’apice l’altro giorno mentre raccontavo a mia figlia Il soldatino di stagno. Finita la fiaba io piangevo e mia figlia faceva congetture sul fatto che era tutto un complotto, e che in realtà il soldatino se l’era data insieme alla sua bella sfanculando tutto il resto 😉

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  • giulia

    Luglio 11, 2016 at 11:06 am

    hahahahahahaha ti adoro!!
    anche io faccio esattamente cosi, penso ad episodi vecchi morti e sepolti e poi piango per tutte le questioni del mondo, mi asciugo la faccia e continuo la mia giornata

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    • gynepraio

      Luglio 11, 2016 at 5:13 pm

      L’industria del mascara waterproof vive sulla nostra emotività.

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