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By gynepraio14 Settembre 2015In Personale

quando invitavo i maschi a casa

Da Natale scorso vivo con voi-sapete-chi in una casa grande con moltissime nicchie, una luce magnifica, il Negozio Leggero sotto casa, dei vicini posseduti dallo spirito del Ragionier Filini e pertanto sempre pronti a organizzare cene di condominio. Va tutto benissimo: nonostante il caldo tropicale di quest’estate non si è nemmeno verificata la Grande Invasione delle Blatte Germaniche.

Ma questa no, non è un’ode alle gioie della convivenza. Mi sono imbattuta in questa infografica realizzata da Dalani, e mentre la leggevo ho avuto un amarcord dei tempi  in cui ero una single rampante (???) e vivevo nel bilocale di via Magenta. L’epoca in cui non dovevo preoccuparmi solo di non sembrare scappata di casa e/o truccata con gli Uniposca, ma anche di cosa la mia casa comunicava di me. Perchè sì, anche se ora faccio la ripulita e me lo dimentico, ho vissuto anche io un’epoca in cui ogni tanto invitavo i maschi a casa mia per fare cose.

Quella casa l’ho amata con tutto il mio cuore, fin dal primo istante in cui l’agente immobiliare me l’ha mostrata. E’ stata teatro di pranzi, addii ai nubilati, feste natalizie, compleanni a sorpresa, cene romantiche; mi ha accolta durante un lungo periodo di tristezza, unico luogo capace di farmi sentire al sicuro anche quando tutto andava a rotoli. Ma soprattutto, ha alimentato nelle (nutrite, diciamolo) fila dei miei amanti un mito di cui ancora faccio le spese.

Il condominio era bellissimo, la zona elegantissima e c’era un fracco di parcheggio. Niente coinquilini o coinquiline, genitori lontani. Ero proprietaria, quindi non c’era nemmeno il rischio di sfratto. Insomma, era una casa stress-free.

Sul pianerottolo le mie piante crescevano benissimo*, attirandomi subito la simpatia degli animi più green: “Wow, non me l’avevi detto che avevi il pollice verde”.invitavo i maschi a casa

Quando poi entravano, si vedeva subito una scrivania antica, una libreria in cartongesso piena di romanzi e vinili: con questo dettaglio, pure gli intellettuali erano a posto. Per fortuna non tutti si soffermavano a guardare i titoli, altrimenti avrebbero visto queste cose e forse ci avrebbero ripensato.

invitavo i maschi a casa

Questo era l’angolo del blogging

 

Gli igienisti erano tranquilli: la colf se ne è sempre presa cura con grande attenzione. I pigri stavano sereni perchè in 3,60 metri di cucina ci stava pure una lavastoviglie per 8 coperti. Per quelli -i bravi, i migliori!- che si aggiudicavano un posto nel lettone, era garantito un sonno di qualità: zero scricchiolii, vicini di casa silenziosi e tutti ultraottantenni, persiane così ermetiche che non filtrava nemmeno in filo di luce e certi doppi vetri che non si sarebbe sentito manco l’Armageddon.

quando invitavo i maschi a casa

La lampada bianca nell’angolo mi fu appunto distrutta da uno (cercatevi il post)

Per i più meritevoli, c’era anche il premio della super doccia gigante in resina al risveglio. Una sola volta un soggetto mi rivolse una critica, ma era propositiva: “ci starebbe bene un gatto”. Ma nel complesso, si trattava di una ottima accoglienza: ogni tanto incontro degli ex che anzichè chiedermi come sto, se ho cambiato lavoro, o al limite rievocare con nostalgia il mio corpo caldo e ansimante, mi chiedono “Vivi ancora in via Magenta? Ah no? Peccato, era una casa così bella!”.

In realtà mi sentivo un po’ colpevole di quei figuroni, perchè nulla di tutto ciò era merito mio. La ristrutturazione non l’avevo seguita personalmente, non avevo scelto nessun materiale e tutti i mobili arrivavano dalla mia convivenza precedente. Io contribuivo alla Magenta experience solo con la mia fissazione per l’ordine e le liste, il che significava due cose:

  • non c’era mai casino in giro
  • la dispensa, il frigo e il ripiano degli alcolici erano sempre riforniti

Insomma, il mio unico apporto personale era figlio del mio disturbo ossessivo-compusivo e dalle mie ansie di controllo. Come accade nel 90% delle storie d’amore, il motivo per cui si innamoravano di me era lo stesso per cui mi lasciavano.

Non senza prima però essersi fatti servire la colazione a letto.

invitavo i maschi a casa

*fa eccezione questo periodo disgraziato in cui schiattavano tutte, ma in quell’epoca i maschi in casa non ce li portavo

 

svg3 settimane in Messico: antropologia (parte 2)
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svgla dittatura delle abitudini

3 Comments

  • patalice

    Settembre 14, 2015 at 1:59 pm

    applausi a scena aperta all’angolo blogging…
    ciò posto non ho mai vissuto da sola, mi apita molta più solitudine ora che siamo sposati

    svgRispondi
  • siboney2046

    Settembre 16, 2015 at 11:15 pm

    Vorrei vivere in Magenta tutta la vita!

    svgRispondi
  • virginiamanda

    Ottobre 19, 2015 at 5:30 pm

    Nooo, tu hai scritto tutti questi post e io dov’ero!?
    Sono rimasta al Messico!
    Uffa, toccherà prendermi le ferie dal divano per rimettermi in pari…

    svgRispondi

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