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By gynepraio5 Ottobre 2015In Personale

Una che se la tira

Tra le mie paure più ataviche, troviamo:

  • A essere aggredita da una rana (?)
  • B risultare una che se la tira

Il rischio, in entrambi i casi, è concreto: una volta mi trovavo in un villaggio rurale spopolato e desertico del Rajastan nei pressi di Jaisalmer, mi stavo fumando la sigaretta della buonanotte per poi andare a dormire in una capanna di fango e cacca di dromedario, unici materiali da costruzione disponibili in una località dove scende tipo 1 cm di pioggia all’anno e chi mi si para davanti? UNA RANA, l’animale più stupidamente acquatico dell’universo mondo, che gioconda&giallastra puntava al mio polpaccio nudo per zomparci sopra. Ho urlato, tutti gli indiani hanno riso manco fosse una gag di Bollywood e il giorno dopo mi hanno lasciato accarezzare il muso di un cucciolo di cammello.

La paura di tirarsela è figlia della cultura cattolica, secondo la quale se sei bravo è in minima parte merito tuo perchè il grosso l’ha fatto Dio creando prima te in quanto persona e poi le condizioni che ti hanno permesso di farcela. Il diritto di menarsela è invece figlio della cultura calvinista, secondo la quale se ti ammazzi di lavoro poi Dio ti premia, punta i suoi denari su di te, e se ce la fai è perchè evidentemente te lo sei meritato. Se non ci credete, leggete qualche newsletter degli imprenditori della rete americani: non fanno altro che dichiarare quanto sono bravi, quanti obiettivi raggiungono, e -incuranti del Fisco: ma l’agenzia delle entrate statunitense non guarda mai sul web?- quanti soldi investono, incassano e guadagnano dalle loro idee geniali. L’obiettivo, si difendono, non è essere osannati e sentirsi dire bravo: la loro missione è condividere il loro successo, magari anche i loro piccoli errori del passato, così da offrire strumenti anche a chi sta ancora arrancando e non ha un 6-digits-income. Anche il più minimalista e schivo di loro, non può fare a meno di ricordarci che ha fatto soldi a palate (anche se vive di pane e aria, per carità).

Alcuni timidi tentativi, in Italia, li fanno personaggi come lui, ma in generale pochissimi hanno il coraggio di dichiarare apertamente che sono dei professionisti preparati, bravi, intuitivi, dotati di grande leadership e carisma: verrebbero immediatamente tacciati di vanità, di egocentrismo, di megalomania. Molti insinuerebbero che mentono, che sono raccomandati, o che hanno avuto una immeritatissima botta di fortuna. Insomma, il successo e talento sono reali solo se lo riconoscono gli altri, ma se lo metti in evidenza tu allora parleremo male di te e ti ridicolizzeremo fino alla morte.una che se la tira

Su questo blog mi è capitato di raccontare con tronfia soddisfazione alcune esperienze che ho fatto, di sbandierare -delicatamente- dei buoni risultati che ho ottenuto, di fotografare oggetti che ho comprato e sfoggiato felice come una bambina, di gioire dell’inizio di una convivenza. Lo confesso, giudice, una volta ho anche ritwittato un complimento, ma lo giuro, non l’avevo scritto io, l’aveva scritto un’altra persona! Ho capito di avere esagerato con i miei toni esaltati quando due amiche e lettrici, che stimo e apprezzo, mi hanno descritta come “Una persona molto disciplinata e con grande forza di volontà”. E’ una descrizione bellissima, io vorrei veramente essere così: purtroppo la mia autopercezione è quella di essere una persona umorale, che si distrae facilmente, con crolli motivazionali praticamente quotidiani, che vacilla continuamente e si addormenta a tavola, col cucchiaio negli occhi, come i bambini.una che se la tira

Quella di camminare lungo il confine sottilissimo tra raccontare e tirarsela, e che per comodità chiameremo nonchalance o carelessness, è un’arte difficilissima*: bisogna schermirsi un tantino, minimizzare i successi (sperando che ne parlino altri), avere dubbi e piccole cadute ogni tanto per dimostrare che sei umana, disseminare nella propria bellissima case degli sprazzi di studiato disordine.

Ho anche la sensazione che questo equilibrio sia molto faticoso da raggiungere e che ci voglia uno speciale autocontrollo per impedire all’autocompiacimento di prendere il sopravvento. E’ un equilibrio pericoloso: il rischio di schermirsi sempre e minimizzare i propri successi per timore di essere una che se la tira, è quello di crederci veramente.

Ovvero sottovalutarsi.

una che se la tira

svgInstamonth settembre 2015
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svgIl restyling del Gynepraio

2 Comments

  • Mairrrs

    Ottobre 5, 2015 at 2:25 pm

    Il paragone che fai con l’America è proprio azzeccato: da loro il merito è riconosciuto (da chi lo vede) e vantato (da chi ce l’ha). Come si sente dire fin troppo spesso, la povera Italia invece, col suo retaggio cattolico, non ce la farà mai ad essere un paese meritocratico. “Mannaggia!” direi, perché qualche volta pure a me piacerebbe dire che sono brava in quel che faccio e/o che lo faccio meglio di altri senza passare per quella che se la tira!

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    • gynepraio

      Ottobre 6, 2015 at 8:26 am

      In realtà credo anche che tutto stia nel moderare i toni. Cioè mi infastidiscono gli autoincensamenti all’americana, ma credo che da noi il fatto di “occultare” sempre il merito faccia sì che, quelle poche volte in cui uno prende coraggio e dice apertamente “sono stato bravo”, non si riesca a rivendicarlo con un minimo di buon senso: si oscilla sempre tra la modestia di Maria Goretti oppure il delirio di onnipotenza, senza mai riuscire ad azzeccare la modalità espressiva giusta, non trovi?

      svgRispondi

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