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By gynepraio25 Gennaio 2016In Personale

Critiche sì, ma con il “Radical candor”

Qualche giorno fa mi interrogavo, insieme ad alcune amiche, su quanto senso abbia parlare di altre persone assenti. Ovviamente, c’è una forma di pettegolezzo che è peccato veniale: criticare l’inappropriatezza dell’abito nuziale di una, o la pettinatura di uno, o qualche eclatante figura di merda avente un conoscente come protagonista. Secondo me, entro un certo limite, questi gossip -non sono neppure critiche!- costituiscono peccato veniale e fanno parte del Cerchio della Vita: mentre tu stai sparlando di qualcuno, ci sarà qualcun altro che fa lo stesso sul tuo conto.

Io mi riferisco all’abitudine di esporre critiche -anche ragionevoli e non per forza cattive- ai comportamenti altrui, interrogarsi sul perché di certe azioni o tirare direttamente conclusioni senza però comunicare a queste persone la nostra posizione né aiutarli in alcun modo. La mia teoria è che trasformare le vite degli altri in una sorta di intrattenimento o in un pour-parler antropologico, equivale a strumentalizzarle. Sarà capitato a tutti, di discutere con qualcuno di come, ad esempio, la relazione amorosa di A fosse un buco nero senza ritorno, o di quanto fossero sbagliati i comportamenti del marito di B, o risultasse maleducato il figlio di C, o stronzo il socio di D, o malato il rapporto con la madre di E. Magari A, B, C, D, E sono anche persone cui siamo affezionati, e sicuramente non sono persone che detestiamo: in pratica, però, usiamo un “caso umano” del quale siamo al corrente per esprimere le nostre opinioni e passare il tempo.

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Io e le mie amiche in cerca di qualcuno da criticare

Noi parliamo -senza cattiveria, lo ripeto- ma dietro alle nostre chiacchiere ci sono persone, sentimenti, situazioni di cui sappiamo poco e che comunque non stiamo contribuendo a migliorare. La mia domanda è: non sarebbe meglio comunicare ad A, B, C, D, E la nostra vicinanza emotiva e magari offrire loro la nostra visione sulla vicenda? Anche se non richiesta? Anche se apparentemente non siamo nessuno per dare loro consigli? Anche se non siamo Best Friend Forever?

Questo è il vero dilemma: siamo abbastanza interessati ai cazzi degli altri da parlarne mentre prendiamo il tè, ma non abbastanza coinvolti, affezionati o coraggiosi per confrontarci con loro ed eventualmente aiutarli a superare i loro problemi. Io non sto dicendo che dovremmo passare la nostra vita a rendere noto a tutti cosa pensiamo, ma di trasformare proattivamente tutta questa nostra voglia di commentare e pontificare sulle vite degli altri. La mia paura, ovviamente, sarebbe quella di essere fraintesa e di compromettere il rapporto esistente: eppure ci deve essere un modo per far giungere il nostro messaggio a destinazione, per fare quella che in gergo si dice critica costruttiva.

Mi sono imbattuta in questa matrice (fonte), che mi permetto di spiegare solo per quelli che non sono totalmente pazzi per le matrici come me. Il valore delle critiche che muovi dipende da due variabili: quanto ti sta a cuore quel rapporto e quanto decidi di essere diretto. Le critiche migliori (non per forza le più eloquenti o razionali, ma quelle che producono un cambiamento o una presa di coscienza dell’interlocutore), sono caratterizzate da un alto attaccamento personale e da un approccio trasparente. Stanno nell’area del “radical candor”. Negli altri casi, si pecca di eccesso di empatia, di aggressività o di obliquità: tutte cose che rendono una critica inefficace.

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Più radical candor, meno critiche

In sostanza, la critiche funzionano quando sono fatte col cuore in mano: penso qualcosa, te lo dico chiaramente e lo faccio non perché voglio essere gratuitamente cattivo ma perché mi importa del tuo benessere. Il “candore radicale” non solo conduce meglio il messaggio ma viene percepito correttamente dal destinatario. Per assurdo, siamo più trasparenti -quindi efficaci- nell’esprimerci se non temiamo di turbare o offendere il prossimo. In altre parole, è quando ce ne frega abbastanza ma non tantissimo, che il potenziale dei nostri contributi è più alto. Forse la distanza emotiva è funzionale; le persone non eccessivamente coinvolte sono credibili e le loro parole vengono percepite come più vere.

Per chi temesse che d’ora in poi inizi a citofonare ai miei conoscenti per fare la mia lezioncina morale su quello che non va nella loro vita, tranquilli, non lo farò. Anche perché non ho tempo. Sono sicura che nessuno ha tempo per ognuno dei propri conoscenti. In compenso, spesso troviamo il tempo per fargli un miniprocesso a loro insaputa, e non so che cosa sia meglio.

*L’articolo a sua volta era segnalato in un post di Emily Schuman, la blogger che dirige quella macchina per soldi chiamata Cupcakes&Cashmere. Non ve la linko, non le regalo una manciata di visualizzazioni, non le serve: un suo post da titolo “Cosa mangiare per fare le puzzette al profumo di Donuts” farebbe più numeri di una guida alla felicità eterna scritta da me. Comunque è bella ma non fastidiosamente figa, ha un marito adorante, una figlia carinissima di un anno che si veste meglio di me, una casa fantastica a Los Angeles (didascalia “Brrr, winter is coming” e relativa foto di lei senza calze e giubbino denim), cucina adorabili carinerie con glasse pastello, ha una sua linea di vestiti, un blog del quale vive, sorride sempre e credo che sia anche molto simpatica, quindi non la puoi neppure detestare. Lei sì, che ha capito tutto. Quindi, no, non ve la linko.

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svgDiscovery Channel Gennaio 2016

4 Comments

  • virginiamanda

    Gennaio 27, 2016 at 2:13 pm

    Non lo so.
    Mi sono posta il problema più volte, credo che ci siano vari fattori da considerare. A volte noi vogliamo solo sentire raccontare delle storie. Il fatto che i personaggi siano persone reali le rendono più interessanti, ma non ci interessa farli stare bene, ci interessa immedesimarci, pensare “e se fosse capitato a me?” ed immaginare possibili finali in cui uscire vincitori.
    In quel caso, è bene non farne parola con gli interessati. Loro sono i protagonisti e se la giostreranno come gli conviene.
    Diverso il discorso se delle persone ci interessa molto, e ci sembra che si siano distruggendo la vita.
    Il padre di un’amica un giorno mi disse: “I consigli vanno dati solo in due casi: quando vengono richiesti e quando ne va di mezzo la vita”.
    Io tuttora lo uso come mantra e mi evito discussioni inutili 🙂

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    • gynepraio

      Gennaio 29, 2016 at 12:01 pm

      Diciamo che il principio del padre della tua amica sui consigli non richiesti è giusto per preservare il quieto vivere e io credo di applicarlo abbastanza. Quello che un po’ mi urta è quel compiacimento misto a ipercriticismo che caratterizza un po’ questi processi, che spesso includono anche 4 o 5 partecipanti e si trasformano in comizi. E spesso si parla di persone che non sono sconosciuti o semplici conoscenti, ma amici, o quasi amici.
      Non c’è solo malignità o scherno, magari c’è anche sincera preoccupazione, costernazione. Eppure non si fa nulla per farli stare meglio. E’ in questi casi che mi sento un po’ una infame!

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  • Elena

    Novembre 17, 2017 at 5:31 pm

    Credo che sarebbe utile che tu citassi nel post la vera fonte del concetto del Radical Candor e della matrice che citi, il libro “Radical Candor” di Kim Scott, per chi volesse leggerlo, ma non avesse voglia di aprire il link di First Round review.
    Io lo sto leggendo e approfondisce bene l’argomento, con esempi pratici.
    Ciao!

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