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By gynepraio14 Giugno 2022In Personale

Com’è cambiato il mio modo di vestire nel tempo

Ogni tanto mi piace riguardare cosa indossavo 3, 5, 7 anni fa: ho Instagram da molto tempo e già in epoche non sospette (cioè quando non mi pagava nessuno per farlo) ero solita fotografare i miei outfit. A un certo punto, però, ho smesso: perché? Non mi interessa più fotografarmi o, semplicemente, non c’è più niente da fotografare?

Come diceva Federica Salto nell’ultima newsletter, la parte favorita del suo lavoro consiste nell’unire i puntini, cioè identificare i singoli moti che preconizzano o testimoniano una tendenza o, nel mio caso, un cambiamento.  Ho trovato alcuni eventi chiave che spiegano com’è cambiato il mio modo di vestire nel tempo: si è trattato, come sempre, di un processo lungo, durato più o meno 7 anni. 

Fidanzarmi. Non mi sono mai vestita in modo sexy: non è mai stata parte del mio DNA e ho iniziato tardi, attorno ai 20 anni, ad avere qualche pezzo da indossare nelle serate pazze. Nel momento in cui ho intrapreso la relazione stabile in cui mi trovo attualmente, ho smesso di fare serata. Come dicevo, raramente ho portato abiti seducenti ma ora sono al punto che, se mi chiedessero di andare a ballare, dovrei andare a comprarmi qualcosa. Speriamo nessuno si faccia venire in mente di trascinarmici.

Traslocare. Quando smontavo la mia vecchia casa per trasferirmi in quella in cui vivo ora, ho seriamente riconsiderato la quantità di oggetti e di vestiti che possiedo e ne ho regalati, scambiati, venduti e smaltiti moltissimi. In quel momento mi sono chiesta se tutte quelle cose non mi stavano un po’, come dire, appesantendo.

La prima volta che ho scritto “decluttering”

Leggere. Le voci che mi hanno maggiormente influenzata sono quelle della tedesca Anuschka Rees e dell’americano Leo Babauta di Zen Habits. All’inizio del 2015 (approfittando dell’unica mutua con febbre e placche in gola dell’età adulta io ricordi!) ho letto gli archivi dei loro blog e ho capito la distanza incredibile che c’era tra la mia vita e le loro. Ho desiderato essere come Leo, pur sapendo che non potrò mai essere così. Leo la persona che più mi ha spinto a smettere di fumare.

Le mie prima riflessioni sul minimalismo

Avere un figlio. Per molto tempo ho indossato capi non particolarmente comodi. Cioè accettavo di avere sempre un certo quid di discomfort in nome di un risultato estetico soddisfacente: mal di piedi da scarpe strette, fastidio da tanga nel sedere, caldo da tessuti non traspiranti sono state costanti della mia vita pre-genitoriale. Con l’arrivo di Elia ho scoperto che la scomodità è insopportabile, ma se sommata alla fatica è una piaga. Spingere un passeggino, portare un neonato giù per le scale o rincorrerlo con i tacchi alti sono operazioni oggettivamente pericolose, e infatti ho iniziato a usare scarpe più basse e comode.

Diventare freelance. Io a lavoro ci andavo ben vestita: anche se ho lavorato in ambienti poco formali, o decisamente casual, mi piaceva svegliarmi e pensare che sarei stata in mezzo ad altre persone che dal mio outfit avrebbero ricevuto qualche impressione. Non ho praticamente mai assemblato vestiti a caso, non ho mai messo due giorni di seguito lo stesso pezzo, non avevo outfit pigliatutto o uniformi salvavita da indossare quando non sapevo dove sbattere la testa. Io ci badavo, insomma. Da settembre 2019 lavoro in casa: mi sono ripromessa di non stare mai in pigiama e di minimizzare il ricorso alla tuta. In verità non mi servono tanti vestiti, non ho tanti incontri formali e mi sembra uno spreco spendere per capi che posso sfoggiare di rado. È vero che ci si veste per sé e non per mostrarsi, ma io mi vado bene anche con i jeans e un dolcevita.

La pandemia. Come il resto d’Italia, sono stata chiusa in casa per mesi. A un certo punto, spendere per i vestiti è diventato avvilente. Mi sembrava di prendere il denaro e gettarlo dalla finestra. In più, indossare la mascherina nei luoghi chiusi (ndr: il sacrificio più grande che mi ha chiesto la pandemia, più della solitudine e più dei ristoranti chiusi) soffocava sul nascere il mio desiderio di recarmi nei negozi fisici. Fare shopping di persona non mi manca più: qualche giorno fa sono stata nel piano -1 di Oviesse per comprare una matita per sopracciglia e di quei 15 minuti ho detestato TUTTO. Continuo ad amare i mercati all’aperto perché, tra un’ondata di Covid e un’altra, mi consentivano di stare senza mascherina. Li amo a tal punto che, insieme a Clara, ne ho fondato uno che è diventato il mio side project personale.

Scopri cos’è Bite Market

Scoprire l’impatto dell’industria fast fashion. Ho visto il documentario The true cost, come tutti, e ho iniziato a seguire l’opera informativa svolta da divulgatori più competenti di me. In generale, non compro più capi a buon mercato pensando che, qualora dovessi stancarmi, potrò gettarli dopo pochi usi. Non lo faccio neppure per mio figlio, il cui guardaroba ha, per ovvie ragioni, un turnover molto più elevato del mio: cerco di far durare molto i suoi vestiti e sto rinverdendo il suo armadio con soli acquisti second hand. Una volta praticavo la tecnica della settimana della vergogna (da me messa a punto!) per dare una chance agli abiti di cui non ero convinta: in questo momento, sono quasi 3 anni che non lo faccio più perché non ne ho bisogno.

Scopri la settimana della vergogna

L’avvento di Vinted & Co. Il mio nuovo automatismo prevede che, se ho bisogno o se desidero un capo o un accessorio -anche per sfizio-, prima di tutto verifico la possibilità di acquistarlo di seconda mano. Questa abitudine per certi versi è inebriante e può spingere ad acquisti ancora più selvaggi: l’accesso a molti pezzi in target con il nostro desiderio, spesso a prezzi abbordabili, può indurre ad acquistare più del necessario e prendere qualche cantonata (all’inizio occorre sviluppare una certa astuzia e malizia nel fare shopping second hand). Superata l’ebbrezza iniziale, la ricerca sui marketplace second hand è salvifica perché tempera gli entusiasmi: un paio di ricerche per determinare i preferiti, 2 o 3 tentativi di offerta, un attimo per far sedimentare le idee e molto spesso una riesce a darsi una calmata e non comprare affatto. E se ci sono riuscita io, buona camicia a tutti.

Guida allo shopping kids su Vinted

La cultura. Non avevo una vera e propria formazione sul tessile e, sinceramente, non ce l’ho neppure ora. Ma mi sono presa il tempo di comparare e di concentrarmi sulla sensazione che offre la seta rispetto al poliestere, la lana merino rispetto all’acrilico, il cuoio rispetto al poliuretano. Ho confrontato e saggiato la differenza tra un capo di buona qualità e uno scadente, ancorché entrambi provenienti da catene di fast fashion. Non dico niente di nuovo: i tessuti pregiati e naturali sono incommensurabilmente più confortevoli rispetto a quelli sintetici e a buon mercato. Quando non posso o non voglio permettermelo -perché, come ebbe modo di dirmi un hater, sono una vecchia taccagna-, cerco di acquistarli di seconda mano. 

What’s next. I miei ultimi esperimenti riguardano la sartoria: sto provando a mettere in piedi una piccola rete di artigian* in grado di creare qualche capo come lo voglio io. Per adesso ho ricavato un pigiama e un abitino da un vecchio lenzuolo di lino ma ehi, non mettiamo limiti alla mia creatività.

svgVestire non è solo vestire
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2 Comments

  • Valentina

    Giugno 14, 2022 at 4:55 pm

    Ho sempre amato « La settimana della vergogna » tant’é che pre-pandemia ho iniziato a farlo anche io e ora continuo l’opera con mia figlia trenne con i capi regalati di cui non sono convinta oppure con quelli dell’anno prima per capire se sono nell’ordine: troppo stretti/troppo corti/troppo brutti/troppo bambina scappata di casa (in quest’ultimo caso vengono destinati al cassetto: vestiti da asilo nido notoriamente da battaglia). Sono anche un poco mammadicuivergognarsi? Naaaa vivo in un paese dove vestirsi a caso é d’obbligo

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