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By gynepraio19 Gennaio 2023In Personale

L’amore per gli oggetti

Tra qualche settimana mia madre si trasferirà a pochi metri da casa mia. Sono felice di questa novità: per me significherà agevolare la logistica, contare ogni tanto su un supporto affettivo e pratico, e stare più tranquilla sapendola in una casa piccola, gestibile, studiata sulle sue esigenze.

E lei? Lei è felice? Non lo so. Da un lato casa le piace e vive con allegria la progettazione, ma dall’altro so di averla sottoposta a uno stress: per chi è abitudinario e radicato, come lei, spostare la sua vita da un piccolo comune di provincia al centro di una grande città è un trauma, al quale si associa la fatica pratica. Traslocare significa inscatolare, passare in rassegna il passato, provare a indovinare il futuro e compiere molte scelte: per me sono azioni purificanti, chiarificatrici, per certi versi anche eccitanti. Ma per mia mamma forse non è così.

Dinanzi a ciascun oggetto sul quale mettiamo le mani, prima di deciderne le sorti, si apre dinanzi a lei il viale della rimembranza: ripensare all’occasione in cui l’ha acquistato, pentirsi di non averlo usato abbastanza, chiedersi il suo attuale valore, rammaricarsi della sua inevitabile svalutazione, chiedersi se e come potrebbe usarlo nella sua vita futura, realizzare che non è possibile, scusarsi virtualmente con la persona che gliel’ha regalato (persona che, vista l’età, spesso si trova già al camposanto). Una volta percorso questo tortuoso iter e finalmente venuta a patti con la sua coscienza, esausta decreta: “Vabbé, mettiamolo su Vinted”. Ormai non c’è più molto, ma se volete comunque alcuni pezzi sono qui.

Il mio Vinted 

Questo tipo di decisione, a me, richiede forse 3 secondi: sono anni che faccio periodici decluttering (vi ricordate la settimana della vergogna? Non mi serve più), che ripulisco e limo la rosa dei miei possedimenti. E ho notato un paradosso sorprendente.

Le persone attaccate agli oggetti e che faticano a lasciarli andare, solitamente li trattano male. Manca lo spazio e quindi li tengono accartocciati, ammucchiati male; spesso giacciono inutilizzati, se non addirittura sporchi e impolverati. Al contrario, ho notato che le persone poco affezionate ai beni materiali li trattano con grande amore: gli oggetti sono puliti e dotati di una loro collocazione, vengono sottoposti a regolare manutenzione, si trovano facilmente.

Quando chiedi a una persona attaccata agli oggetti di liberarsi di qualcosa, ti ricorda quanto sono costati, oppure tira fuori un presunto affetto nei confronti di quell’oggetto che però inspiegabilmente fino a 5 minuti prima giaceva dimenticato sul fondo di un baule. Se già da tempo ho deciso che non voglio più possedere cose brutte o rovinate, questo paradosso mi insegna che io non voglio più possedere cose inutili o inutilizzate: voglio bere il caffè dalle tazzine buone, asciugarmi le terga con salviette belle, stare in casa con dolcevita in lana e seta, accendere candele profumate.

L’altra cosa che ho capito è che, in generale, gli oggetti sono una schiavitù dalla quale vorrei emanciparmi sempre di più. Da un punto di vista puramente economico sono un esborso: costa comprarli, pulirli, conservarli (scatole, ripiani, portaoggetti, cassettiere). Costa trasportarli (e se avete mai pagato un’impresa di traslochi lo saprete!) e persino smaltirli, senza contare il tempo che tutte queste operazioni richiedono. Spostando, disimballando, smembrando e spedendo il corredo di mia madre, che in parte includeva anche il corredo di mia nonna, mi sembrava di provare una fatica antica: quella di azioni fini a se stesse che si sono sedimentate su quelle lenzuola senza che esse abbiano mai restituito niente, non essendo mai state utilizzate. Nessunə ha mai trascorso anche solo una sola notte di mezza estate avvoltə in quelle lenzuola di lino croccante, nessunə.

Secondo me tuttə abbiamo fatto, almeno una volta nella vita, l’esperienza dell’autentico amore per gli oggetti, che non ha niente a che vedere col desiderio di possesso o di ricchezza: è un rapporto dialettico, non un piacere contemplativo e unidirezionale. È una relazione che dà gioia reciproca, basata sulla collaborazione, la vicinanza, la gratitudine, la famigliarità. Forse la chiave per essere felici nei nostri luoghi sta nel ricercare sempre quell’amore lì.

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