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By gynepraio20 Ottobre 2023In BabyPersonale

Viaggiare con bambinə piccolə: la mia verità

Secondo il pensiero comune,  il viaggio è -in sé e per sé- un’esperienza altamente formativa e quindi è benefico in termini istruttivi ed educativi sia sui bambini sia sugli adulti. Io non sono particolarmente concorde con questo punto di vista e ho già provato a demolirlo in passato, incontrando scarsa approvazione se non quella di Natalia Levinte che sul tema è ancora più radicale di me.

Io penso che il viaggio, soprattutto se inserito nella dimensione “vacanza”, sia prima di tutto un’esperienza ricreativa e rilassante. La stragrande maggioranza degli spostamenti nello spazio che chiamiamo viaggi sono finalizzati all’evasione, alla scoperta del bello, del diverso se non addirittura dell’esotico: il trovarsi in un ambiente alieno (ma attraente o stimolante), sottratti alla solita routine e sottoposti ad attività insolite (ma piacevoli) è fonte di relax e benessere.

Il viaggio inteso come esperienza formativa -o addirittura lifechanging- a mio parere dovrebbe possedere una durata e un grado di immersività superiori a quelle di una vacanza. Semplicemente ne sovrastimiamo il potere formativo e chiamiamo “viaggi” quelle che sono permanenze, scambiando per rapporti completi delle superficiali carezze. Questa non è una frecciata alle settimane all-inclusive nei resort stellati (che da figlia fortunata ho frequentato parecchio e che frequenterei ancora volentieri se potessi permettermelo, ma che spero nessuno abbia davvero il coraggio di considerare viaggi) ma solo un invito a pensare che l’apprendimento non ha propriamente bisogno di uno spostamento. Relativismo culturale, spirito di osservazione attivo, curiosità sincera e attitudine al dialogo sono “dispositivi”  che una persona adulta dovrebbe avere già acquisito e non sono funzionali al viaggio, ma all’esistenza stessa sul pianeta.

L’altro mito è che il viaggio stimoli l’adattabilità: in vacanza, quindi all’interno di un orizzonte temporale ben circostanziato, non è indice di grande flessibilità accettare una particolare cucina o condizioni igieniche più spartane. Si tratta di uno sforzo circoscritto nel tempo, che può fare chiunque e sinceramente non dice molto di voi. Sapersi adeguare sempre e comunque -alzando progressivamente l’asticella della resistenza zen- è una capacità che si può apprendere ed esercitare a costo zero senza bisogno di uscire dal proprio quartiere. Dico questo senza nulla togliere alla doccia fatta con l’acqua piovana raccolta nei bidoni, experience che ovviamente ho fatto senza battere ciglio ma che, col senno di poi, non era poi grande cosa. Non sono diventata una persona adattabile grazie a quelle secchiate, io ero già una persona molto adattabile*.

Ma tornando al tema principale dell’articolo, quello che moltə non dicono a proposito del viaggiare con bambinə piccolə è che il confine tra vacanza e performance è labile, ed è funzione di queste tre variabili:

  • la fatica fisica e mentale. Lo spostamento. l’organizzazione, la gestione dei tempi e dei pasti, la soglia di attenzione richiesta in condizioni di aumentata complessità implicano fatica, anche in assenza di persone piccole: posto che spesso il viaggio coincide con le vacanze, io mi sono chiesta a più riprese se ne valesse la pena. La risposta è, in generale, NO. Soprattutto sapendo che, tranne alcuni casi, si tratta di esperienze facilmente posticipabili: la Patagonia tra qualche anno sarà sempre lì, e se non sarà la Patagonia sarà l’Amazzonia. Diverso è il discorso se disponete di 2 mesi di vacanza: questo articolo non parla a voi! Andate pure a scoprire come vivono i Mapuche insieme a vostra figlia di 5 anni, avrete tempo di riposarvi ad Alassio quando tornate.
  • la frustrazione. Prima dicevo che amiamo il viaggio per la sua eccezionalità, proprio perché non costituisce la normalità: per questo a me piace trarne il massimo. Voglio vedere ciò che c’è da vedere, mangiare tutto, sedermi per terra, parlare con le persone e prendermi pure una sbronza in un baretto locale. Se decidete di viaggiare con bambinə piccolə, le cose si fanno più  difficili: infliggereste a un bambino una visita guidata al MOMA per poi blandirlo a suon di Goleador alla cola, trascinarlo da una sala all’altra perché si annoia, e magari piazzargli in mano un telefono? Io no, perché la mia frustrazione sarebbe tale da rovinare l’esperienza a entrambi. Avrei la sensazione di aver goduto solo a metà, e questo ci porta dritti al punto seguente.
  • il costo. Viaggiare, anche in modo piuttosto spartano come preferisco fare io, è costoso e per molte famiglie costituisce una spesa importante: dal mio punto di vista, non ha senso pagare un volo per a) arrivare in una metropoli piena di attrazioni che io devo saltare o visitare di fretta b) giungere in una di quelle città dalla bellezza complicata che unə bambinə non può apprezzare o comprendere c) approdare in un posto che prevede lunghe camminate o tempi morti difficili da occupare. Forse se avessi un’elevata disponibilità economica questo tema non mi infastidirebbe così tanto? Probabile. Dopodiché, anche in presenza di un budget viaggi generosissimo, secondo me a 4 anni in Corea unə bambinə non si diverte granché, ecco…

So benissimo che per qualsiasi città o tour esiste la possibilità di scovare alternative più idonee alle persone piccole, di modulare il programma in base all’età e molto spesso lo faccio, arrivando a organizzare piccole trasferte interamente dedicate a mio figlio: ultimamente siamo stati a “Spiegamelo!” il  festival della divulgazione di Salsomaggiore Terme (scegliendo di frequentare solo momenti baby friendly), mi piace portarlo a musei o parchi naturali progettati per l’infanzia. Va benissimo, tuttavia penso che viaggiare con bambinə piccolə non debba significare “progettare un’intera vacanza in ottica bambinocentrica”: non sono le sue vacanze, sono le vacanze di tutta la famiglia. Per questo motivo ho deciso che, finché mio figlio non è grande, eviterò le esperienze complesse/ad alto rischio frustrazione che non può godere pienamente e darò la precedenza a quelle che invece sono alla sua portata, che sicuramente si ricorderà, oppure a esperienze molto rilassanti che ameremo anche noi adulti.

So che i grandi fan dei viaggi diranno: oddio, magari stai 10 anni senza andare da nessuna parte? Confesso che, avendo viaggiato abbastanza nella mia vita pre-genitoriale, non mi sento molto “penalizzata” da questo stop e non avverto la pressione a partire anche perché, come spiegato a inizio articolo, negli anni ho notevolmente ridimensionato il significato del viaggio e la sua capacità di renderci persone migliori (qualunque significato occidental-colonialista vogliamo attribuire a queste parole). La notizia buona -per me e per chi decide di adottare la mia linea di comportamento- è che nell’attesa di fissare il nostro primo ambizioso viaggio di famiglia, stiamo lavorando per sviluppare in Elia una vera attitudine da cittadino del mondo, una vera capacità di adattamento che lo preparerà agli spostamenti importanti. Sono cose semplici, che si possono fare a costo zero e anche senza uscire dalla propria regione. Ad esempio

  • Sostenere spostamenti in auto, attese e tempi morti senza lagnarsi, autointrattenendosi o anche solo contemplando il paesaggio
  • Dormire ovunque (anche in condizioni di rumore o lieve scomodità) e svegliarsi rapidamente
  • Fare la cacca ovunque, anche non in casa propria
  • Camminare a lungo (in questo la montagna è preziosa)
  • Provare cucine altre (io tento sempre: a volte va benissimo e altre meno…)
  • Sopportare fame e sete (per brevissimi periodi, ovvio!), cioè posticipare la soddisfazione dei bisogni
  • Prevedere i propri bisogni e organizzarsi (es. farsi uno zainetto con borraccia e giochi)
  • Dedicarsi ai compiti di inglese e tedesco con la stessa energia dedicata a matematica e italiano (quest’estate l’ho sfiancato, sicuramente ne parlerà con l’analista quando sarà grande)
  • Familiarizzare con Paesi e luoghi lontani (scoprendo ad esempio dove sono!), attraverso libri e audiolibri, documentari, film
Viaggiare con bambinə piccolə

Ad esempio questi sono due titoli che leggiamo tantissimo

Spero si sia capito cosa volevo dire, e che queste riflessioni rassicurino i genitori che pensano di avere “deprivato” la loro prole di importanti lezioni solo perché non li hanno portati nelle risaie di Ubud. Ma soprattutto, spero che il mio pensiero non vi abbia fatto dubitare dell’unico mantra che vale la pena imparare a memoria, cioè fate un po’ come cazzo vi pare.

*l’adattabilità è il mio superpotere

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One Comment

  • Valentina

    Novembre 20, 2023 at 4:52 pm

    Hai espresso in parte il mio pensiero, spesso impopolare, sul viaggiare o svolgere determinate attività con bambini piccoli. Sembra che a volte il “si può fare tutto lo stesso” diventi un “si deve”: certo che volendo si può fare tutto, ma… perché? Quanto ne vale la pena? E quanto sarebbe nell’interesse del bambino? E no, non sono una sostenitrice del mettere da parte se stessi per i figli sempre e in tutto, ma in alcuni ambiti sì. Perché c’è un tempo per ogni cosa e, come scrivi tu, non scappa niente se per qualche anno ci si dedica a cose diverse e ci si danno altre priorità.

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