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By gynepraio29 Maggio 2024In BooksPersonale

Il posto dell’errore

La mia amica Natalia Ceravolo ha scritto un albo per l’infanzia che si chiama “Il posto dell’errore”. Parla di uno scampolo di stoffa gialla che non riesce a trovare la sua giusta collocazione e osserva, uno per uno, gli altri pezzi di stoffa andarsene per il mondo. Sono finalmente dotati di senso e direzione, perché sono stati trasformati in una giacca o un pantalone: il pezzo di tessuto giallo, invece, è rimasto privo di funzione, non rifinito. È un errore, e per giunta homeless.

Ti invito a regalarlo e leggerlo, a te e alle persone piccole vicine a te.

il posto dell'errore cover

Per me il posto dell’errore è una specie di sgabuzzino nel retro del mio cervello dove affastello le imprese che ho abbandonato al grido di mi sa che mi ero sbagliata. Ci sono giorni in cui entro in quello stanzino e mi chiedo come mai, esattamente, quel progetto sia finito là dentro: oggi è uno di quei giorni.

Il posto dell’errore: gli eventi Hey tu!

Erano una serie di occasioni per far incontrare ə residenti a Torino: il momento in cui chi fatica a far amicizia si ritrovava a fianco di persone con lo stesso bisogno sentendosi vistə e accoltə. Ho coinvolto Giulia in questa impresa e siamo partite con un’aperitivo free entry cui hanno partecipato più di 100 persone che si erano registrate nel giro di un paio d’ore dall’annuncio. Questa accoglienza lasciava intravedere un bisogno importante e significativo: fu anche una serata decisamente piacevole!

Presto proponemmo un ciclo di eventi per gruppi di 10-20 persone ma abbiamo faticato a riempirli e uno l’abbiamo anche annullato per mancanza di iscrittə. L’errore è stato usare noi stesse come metro di misura dell’umanità intera e pensare che tuttə fossero come me e Giulia. Se io mi trovassi in una grande città e volessi stabilire relazioni, la mia difficoltà sarebbe individuare la cornice: il luogo, il momento, l’occasione. Glə introversə dicono spesso che le grandi città sono inospitali (o che noi torinesi siamo freddə) ma su questa constatazione si stratifica un loro limite personale: socializzare è una capacità articolata, in cui entrano in gioco molti e complessi elementi di natura emotiva. L’intelligenza sociale è questione di temperamento, di educazione e storia personale: è stato terribilmente ingenuo credere di colmare una lacuna simile mettendo 15 sconosciutə in una stanza sperando che a fine serata si scambiassero il numero di telefono, semplicemente perché è ciò che avrei fatto io! Chi soffre perché privə di una rete amicale avrebbe primariamente bisogno di fare un lavoro analitico su di sé, non di andare a un laboratorio di knitting.

Non ultimo, il tema del prezzo. Scandalizzate dalla bruttezza in cui ci è toccato imbatterci nella vita (luoghi impersonali, scortesia, drink annacquati e patatine stantie) Giulia ed io avevamo messo in piedi delle attività carine, in un posto bello, con un aperitivo gustoso e un prezzo fair con cui sono stati a malapena coperti i costi: nessunə di noi ha guadagnato un solo centesimo, perché l’intento era primariamente aggregativo.

Questo valore aggiunto, che desideravamo trasmettere chiaramente, non è stato percepito: le persone arrivavano a sciami per un evento dispersivo e gratis, ma nel momento in cui era intimo e pagamento non lo facevano più. Forse avremmo dovuto e potuto perseverare, ma dal mio punto di vista non c’erano le basi per continuare a crederci.

Il posto dell’errore: Bite Market

Un format di vendita per fare networking e aggregazione in città: Bite Market è nato a 4 mani con Clara con cui ho diviso gioie e dolori, costi e ricavi anche perché vista la mole di lavoro non sarebbe stato percorribile, e nemmeno divertente, portarlo avanti da sola! È stato un progetto in attivo, fin dalla prima edizione, anche se caratterizzato da bassi introiti, grande fatica e costi elevati. Edizione dopo edizione abbiamo aumentato il valore e il livello di servizio per espositori e visitatori, con ottimi risultati su entrambi i fronti: l’idea era renderlo via via più remunerativo, trovando location più grandi, attraendo sponsor e testimonial.

il posto dell'errore

Bite Market era arrivato a un collo di bottiglia, ma le idee e le opportunità di sviluppo non ci mancavano, così come il sostegno della comunità. Il colpo di grazia me l’ha dato la mia commercialista spiegandomi che dal punto di vista finanziario il nostro modello organizzativo -che pure era molto rigoroso e chi ha partecipato al market può testimoniarlo- aveva delle falle: per ricondurlo a livelli burocraticamente ottimali avremmo dovuto cambiare il target e il modello di business, soprattutto se intendevamo mantenere quel livello di visibilità sui social.

In breve: non dare più spazio ai privati e accogliere solo seller che fossero hobbisti o artigiani. Significa migrare nella direzione opposta rispetto a quella per cui Bite Market era stato fondato (permettere a chiunque di svuotare armadi e bauli, divertendosi e facendo networking in un ambiente accogliente).

Il mio entusiasmo ha vacillato: non mi andava di accollarmi altri oneri burocratici e per giunta mettere in discussione la missione di Bite Market. Duole in primis per me stessa, perché non posso più lavorare e divertimi con Clara, ma mi dispiace sinceramente anche per la città: era un evento bello, aggregante, rendeva a suo modo un “servizio” alla collettività.

A me e Clara rimane la soddisfazione di vedere che, sulla nostra scia e -lo dico senza presunzione- grazie all’esempio positivo, in città sono nati diversi market: tutti loro, da un punto di vista creativo e organizzativo, ci devono qualcosina. Non ci siamo mai sentite minacciate né impoverite da questa neonata concorrenza, che abbiamo sempre interpretato come una conferma della nostra intuizione: i market sono un’iniziativa bellissima, al mondo c’è spazio per tuttə.

Il nostro market però era meglio, ça va sans dire.

Il posto dell’errore: le aspettative su Substack

Quando a settembre ho inaugurato il paid plan di Substack mi ero data un obiettivo numerico che, sul momento, mi era parso addirittura troppo conservatore: ma dopo 9 mesi quel risultato rimane decisamente lontano. Per determinarlo, mi ero basata sui dati forniti dalla piattaforma stessa, secondo la quale una ratio attendibile tra paying users e free users sarebbe 1:10. A prescindere dai miei risultati, ho compreso che questo rapporto non è applicabile in Italia, per via di alcune significative differenze culturali.

  • La gratitudine. Nel nostro Paese abbiamo una forte cultura della carità (merito dell’etica cattolica), ma una debole cultura della gratitudine. Negli USA, sarà forse merito dell’etica protestante, questo sentimento si palesa molto di più: basti pensare che le università, anche quelle pubbliche, hanno un ufficio che si occupa di raccogliere donazioni tra gli Alumni che si sono laureati in quell’ateneo. È un fundraising basato sull’affetto che queste persone, ormai adulte, ancora provano per il college: a botte di 20-bucks-donations, questi uffici tirano su decine di migliaia di dollari l’anno.
    Anche le paid subscriptions a Substack, negli USA, si basano soprattutto sulla gratitudine: lo so perché ho studiato approfonditamente molti case study di successo selezionati dalla piattaforma e tutti i publisher lo affermano senza remore. Io non mi aspettavo niente di simile e non mi ero mai fatta i conti, ma ho scoperto di poter contare su uno “zoccolo duro” di persone che provano nei miei confronti un sentimento di familiarità: nato, credo, dall’essermi messa a loro servizio facendo ciò che mi riesce meglio cioè parlare e scrivere. Negli ultimi anni ho ridotto questa mia disponibilità -perché la mia vita è cambiata e il mio tempo disponibile si è ridotto- e probabilmente non ho saputo costruire e consolidare questo senso comunitario con le persone giunte nel frattempo. È lì che devo concentrarmi.
  • Pagare ə publisher indipendenti. So per certo, dal confronto con ə mieə pari, che è molto dura: ma il fatto che un numero crescente di autorə stia tentando questo modello di business mi induce a pensare che nel tempo la situazione evolverà. Nel breve, l’unico modo che ho per persuadere la mia community è perseverare e comunicare creativamente il valore che sta dietro la mia pubblicazione, chiarendolo innanzitutto a me stessa. La mia non è una newsletter verticale: non ho un sapere pratico o tecnico da condividere, non è risolutiva né moneymaking. Posso dire che è una fonte di riflessione di qualità: ma la gente ha veramente bisogno di riflessioni di qualità? Sarò di parte, ma io dico di sì e la mia sfida sarà dimostrarlo. A differenza di quanto accaduto con gli altri progetti che stanno nel posto dell’errore, non ho alcuna intenzione di mollare: vorrei che Substack diventasse la spina dorsale delle mie giornate e anche del mio fatturato. Come già detto, ci lavorerò.

Questo non era un articolo money making, ma se lo lascio così insorgono gli studenti che negli anni si sono sentiti ripetere che un blogpost senza call-to-action è un’occasione perduta. Ci sono 4 livelli di pricing, e per ognuno ci sono dei benefit. Grazie fin da ora!

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