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      L’arte di sedersi vicino

      Anche quest’anno è arrivato il mio compleanno, che è l’ultimo senza bambino (quindi l’ultimo in cui ancora riceverò dei regali, come mi hanno preannunciato mestamente diverse amiche-cassandre). Non ho richieste materiali: non perché sia improvvisamente diventata saggia e minimalista, ma per lungimiranza. Vorrò riscuotere attenzioni e regali più avanti, quando, schiacciata dal logorio del mio ruolo di madre avrò tanto ma tanto bisogno di ricevere un massaggio decontratturante, o stirarmi i capelli con la piastra dei miei sogni, o comprarmi nuovi e scintillanti trucchi per camuffare la carenza di sonno. Quindi, niente doni ma un obiettivo nuovo, nato da alcune riflessioni sulle modalità con cui io affronto le mie frustrazioni, comparato al modo in cui le gestisce il mio partner. Diverse sono ovviamente le motivazioni, di cui vi fornisco qualche esempio:

      • mie, aka sono inadeguata per questo mondo. Ho una fame cieca ma cazzo non devo mangiare, perché mai non sono ricca, voglio scrivere il romanzo del secolo ma mi manca il talento, mi si è spento il telefono mentre stavo instagrammando il mio croissant trafitto da un raggio di sole di sublime bellezza.
      • sue, aka questo mondo è inadeguato per me. Devo fare le fatture e attaccarci la marca da bollo, mi tocca chiamare il commercialista perché mi sono dimenticato di chiedergli una cosa, il buffering non mi consente di vedere la partita Milano-Cantù, devo disdire Mediaset Premium ma non ho voglia di leggere il contratto per capire come fare.

      La mia tecnica è quella di prenderle ad una ad una, isolarle, nominarle, fare loro un lungo e verboso processo, lamentatio a gran voce, urla, pianti che mi lasciano spossata (e affamata, povera, priva di talento e col telefono spento, ndr). Passata la tormenta, sono pronta ad affrontarle con la stessa modalità quando si ripresenteranno perché tendenzialmente non sono risolvibili.

      La sua tecnica è invece quella di rabbuiarsi, sbuffare, richiamare a sé le frustrazioni, tenersele in grembo, per poi tacere per interi giorni. Poi, senza che sia accaduto nulla, una mattina si alza e quella frustrazione non c’è più. Spoiler: ne arriveranno altre, perché la burocrazia e il paperwork non finiscono mai.

      Il mio metodo è inefficace, ma molto efficiente perché di solito il problema rientra nel giro di poche ore. Adesso che ho imparato a piangere e sfogarmi ad alta voce in auto, o in bagno, o sul blog, o con poche persone scelte, me la cavo abbastanza bene. Il pregio del suo metodo è non si fanno scene madri, ma il suo limite è che ti trasforma in un essere socialmente inaccettabile per intere giornate, chiuso in un isolamento che mette a dura prova anche il benessere di chi ti sta a fianco. Se chi ti sta a fianco è una persona bella, innamorata e meravigliosamente comprensiva, puoi permettertelo. Se è una persona che ti ama un po’ di meno, alla terza volta fa su le valigie e se ne va. Se è un bambino sensibile, non capisce e pensa che mamma e papà non si vogliano più bene.

      Ma la modalità giusta è sedersi vicino. Quand’ero piccola e qualcosa mi rendeva insofferente, impaziente, capricciosa, mio padre e mia madre avevano una risposta standard, che vi vado a illustrare con questi esempi.

      sedersi vicino: situazione 1
      • “C’è la neve, ma non voglio mettermi i Moon Boot ereditati dai cugini perché sono blu”
      • “Ah sì? Pazienza, tocca sedersi vicino” (=”non abbiamo intenzione di comprarti dei nuovi doposci, per quelle 3 volte l’anno che li usi vanno più che bene questi”)
      sedersi vicino

      Io volevo di sicuro quelli rosa

      sedersi vicino: situazione 2
      • “Sono molto adirata con le reti Fininvest e con gli ideatori di BimBumBam perché trasmettono i cartoni a giorni alterni. Nei giorni in cui sono a casa alle 17:00 c’è quella merda atomica di “Conte Duckula” mentre nei giorni in cui vado a inglese alle 17:00 c’è la mia bibbia “É quasi magia Johnny”, e quindi me lo perdo regolarmente.”
      • “Che peccato! Mi spiace, bisogna sedersi vicino” (=”non siamo i padroni della British School, né parenti/elettori di Silvio Berlusconi quindi non abbiamo potere sull’orario dei corsi di inglese né sul palinsesto di Canale 5)

       

      sedersi vicino

      Un papero succhiasangue vs un triangolo amoroso, ditemi voi

      All’inizio pensavo fosse una forma dialettale piemontese, allora ho chiesto tra le mie conoscenze più DOC ma ne ho concluso che è semplicemente un idiom di casa Fioretta.  É un’espressione delicata e ha un garbo che altre locuzioni non hanno: “mandare giù”, ad esempio, mi fa pensare a qualcosa di intrusivo, disgustoso, vomitevole. “Te la fai andar bene ugualmente”, invece, mi parla di passività e muta rassegnazione. Sedersi vicino invece significa che provi ad avvicinarti alla tua frustrazione, che sta già lì, seduta su un divanetto angusto tipo quello delle sale d’aspetto di certi medici, e le dici “Scusi, si faccia un po’ più in là”. Non devi interiorizzarla e mangiartela (“mandala giù”) né parlarci e diventare la sua migliore amica come farebbe Pollyanna. Devi solo condividere un po’ di spazio insieme, in attesa che -auspicabilmente- impari a stare al suo posto, schiacciata dalla tua buona educazione. Oppure, se proprio deve restare lì, si può scambiarci quattro chiacchiere e scoprire che non è poi così terribile, questa frustrazione.

      Non escludo che un giorno si possa scoprire di aver passato tutto quel tempo seduti da soli, convinti che ci fosse qualcuno e invece niente, non c’è mai stato nessuno. E dire che bello, da oggi il divano è tutto per me.

      17 Marzo 2016

      Film recenti che valgono la pena

      31 Marzo 2016

      Film per passa’ a nuttata

      Comments

      • La funambola

        Anch’io da piccola non sopportavo il blu, c’è una foto con maglia blu quando avevo circa 5 anni e poi il nulla fino alla seconda/terza superiore 😀 il mio motivo era la convinzione che non mi stesse bene.
        Ps il tuo post in realtà si focalizzava in altro ops XD

        24 Marzo 2016
      • agnese

        Io credo sinceramente che tu sia davvero brava a scrivere e narrare.

        24 Marzo 2016
      • Blue is in Fashion this Year

        Anch’io ho problemi con il “mi sento inadeguata per questo mondo”.
        E la teoria del “sedersi vicino” mi sembra geniale!

        24 Marzo 2016
      • giulia

        HAHAHAHAHA mi fai scompisciare!! Condivido la tua frustrazione, il mio ragazzo è esattamente così e io sono proprio come te (solo che non mi sembra che i problemi si risolvano). Il sedersi vicino è un’espressione bellissima e un po’ incomprensibile, che poi credo sia la chiave per convincere un bambino a fare quello che dici! Auguri!!

        24 Marzo 2016
      • polepole

        E sai quanti grandi ne avrebbero bisogno, di quel “sedersi vicino”? Sia di farlo che di riceverlo.
        Mi sa che mediterò profondamente su queste tue parole e cercherò di imparare a sedermi vicino alle mie frustrazioni (che sono sullo stile delle tue con periodici passaggi a quelle di lui…) e a tenerle a bada, oppure perché no, a conoscerle meglio.
        Grazie dello spunto, mi chiudo nella mia cameretta a riflettere!

        p.s.: ha ragione agnese, qui sopra, sei davvero brava!

        24 Marzo 2016
      • Silvia

        No vabbè… non avevo mai pensato al gioco di parole “Dackula”! Ora la giornata ha preso un’altra piega :)!!!
        Per favore indaga con i tuoi genitori sull’origine di questa espressione… perchè per me non ha alcun senso! La frustrazione antropomorfa che ti ruba spazio sul sofà mi sembra un tantino eccessiva… ci dev’essere una spiegazione più semplice!

        24 Marzo 2016
      • Lucia

        Tantissimi auguri! Che rivelazione che mi hai dato sul conte Duckula 🙂

        24 Marzo 2016
      • federica

        Grazie per questo post. è un pensiero bellissimo che vorrei fare più spesso. Lo scrivo in agenda per non dimenticarmelo.

        E auguri, in ritardone.

        26 Marzo 2016
      • PuroNanoVergine

        “Sedersi vicino” nel senso (forse) di accettare la sofferenza, il problema, per “sgonfiarlo” e
        accettarlo?
        Se fosse così ricorda molto un concetto della mindfulness.

        27 Marzo 2016

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