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By gynepraio31 Gennaio 2022In BooksPersonale

Consapevolezza finanziaria: nonni, figli e welfare

A dicembre avevo organizzato un incontro pomeridiano tra Elia e un compagno di classe: un bambino che non incontro mai, perché ha orari di uscita e ingresso diversi dai nostri, ma con cui mio figlio ama molto giocare. Il giorno concordato, il nonno (con cui, ho appreso, questo bambino è solito trascorrere tutti i pomeriggi) è scivolato in casa: non si è fatto niente, ma il bambino ha rinunciato all’appuntamento con Elia per restargli accanto e vigilare su di lui. Inizialmente, ho trovato anomalo che un bambino rinunciasse al gioco con un coetaneo per assistere un nonno: ma poi, apprendendo che questi è una figura di riferimento, non mi è parso strano affatto.

Sebbene la mia esperienza personale sia stata diversa (ho avuto 4 nonn* lontani e, detto francamente, non così amorevoli) e la scelta della mia famiglia sia andata -per molte cause, talune governabili e altre no- in tutt’altra direzione, non mi sognerei mai di sminuire l’affetto e gli effetti che nascono dal rapporto tra persone piccole e persone anziane. Sono circondata da esempi positivi di nonn* che sanno amare, educare e intrattenere in maniere originali, costruttive e preziose.

Proprio negli stessi giorni di dicembre, la casa editrice Uppa ha pubblicato un manuale intitolato “Si fa presto a dire nonni” dedicato al comprendere e curare le dinamiche relazionali tra genitori, nonn* e figli* delle coppie con figli* e nonn*. Non mi stupirei se vendesse molte copie: la mia esperienza di lettrice e autrice dice che, quando arrivano i manuali, significa che esiste il problema, o quanto meno esiste il mercato.

Pochi giorni dopo, mentre scrivevo la puntata di “Genitori Onesti” dedicata alla cura diurna, ho letto l’indagine S.H.A.R.E. (un enorme studio sulle condizioni di vita delle persone senior in Europa) e ho appreso che il ricorso a* nonn* è un fenomeno molto italiano: il 33% di essi si occupa quotidianamente de* nipoti (Francia: meno del 10%, Danimarca: meno del 2%). Penso che, dietro questi dati, ci sia una questione demografica: nel nostro Paese ci sono più nonn* che nipot* e la generazione dei nonn* “attivi” è forse l’ultima a godere di pensioni precoci. Insomma, in questa fase storica disponiamo di parecchie persone della fascia 65-75, non impiegate e in buona salute.

D’altro canto, il welfare per la fascia di età 0-6 (cioè quella più continuativamente bisognosa di cure costose) in Italia non è certamente un capitolo di spesa importante, in particolare nelle regioni del Mezzogiorno dove gli asili nido pubblici sono ancora meno numerosi. Non è strano che molte famiglie ricorrano massicciamente alle cure gratuite di nonn* che, in alcuni casi, sono sinceramente felici di prendersi cura de* nipoti per 40 ore alla settimana, anche per 2 o 3 anni consecutivi. Non penso di sbagliare se dico che questo lavoro di cura è sbilanciato sulle donne: sia perché, ci dicono i dati, sono longeve ed è possibile che siano vedove, sia perché a loro volta sono state mamme in una cultura in cui la cura era affare squisitamente femminile.

Se osservo la situazione da fuori vedo delle ex lavoratrici, che da giovani sono state pilastri della propria famiglia svolgendo gratuitamente gran parte dei lavori di cura domestici. Una volta pensionate, continuano a erogare -magari anche con piacere, non questiono sul tema!- cure gratuite a* nipot*, consentendo a* figl* di risparmiare e di non ricorrere al welfare statale. La mia reazione istintiva, un po’ da figlia e un po’ da madre, è di indignazione: trovo ingiusto che una donna che ha lavorato full-time 40 anni della sua vita, occupandosi anche di casa, marito e figli (e magari anche dei propri genitori anziani!) finalmente vada in pensione e taaac, ecco che ricomincia il giro dedicandosi full-time un* o più bambin* anziché andare a svernare alle Canarie o frequentare tutti i corsi dell’UniTre.

Negli ultimi giorni ho letto con piacere “Donne, è ora di contare! Manuale di consapevolezza finanziaria” di @pecuniami: si tratta di un manuale di consapevolezza finanziaria femminile che tratta, tra gli altri temi,  la ripartizione dei costi all’interno delle famiglie e il risparmio. Nel capitolo dedicato alle polizze, ho letto questa frase: “Per poter spiegare che le nonne non sono welfare per le famiglie dei figli e i figli non sono welfare per i genitori anziani mi servirebbe un altro libro“. Ami fa riferimento alle  innumerevoli persone 60+ che si rifiutano di pensare a soluzioni per quando non saranno più autosufficienti (es. coperture assicurative LTC) affermando con candore e fiducia che “ci penseranno i miei figli”.

mancanza di consapevolezza finanziaria, un loop

Ecco il loop, ecco come si conclude il cerchio: da moglie e madre ho curato marito e figli, offerto loro le migliori opportunità di studio e svago affinché divengano adulti felici e realizzati. Quando vado in pensione, il mio lavoro di cura non finisce perché mi occupo dei nipoti, sollevando i miei figli da costi e altri oneri logistici. Quando però sarò così anziana da non riuscire a prendermi cura di me stessa, e forse neppure così benestante da potermi permettere delle cure professionali perché quando ero giovane ho demandato tutte le incombenze amministrative a mio marito buonanima, mi aspetto che i* mie* figli* si prendano cura di me ricorrendo ai propri risparmi, se li hanno, oppure alle loro energie. Se volete togliamo l’asterisco: se ci sono figlie, saranno prevalentemente loro a prendersi cura dei genitori anziani con tutto quello che questo significa. E il cerchio ricomincia.

È una spirale di inconsapevolezza finanziaria che si intreccia a quelle che Ami definisce catene di debito morale: donne che presumono -fiduciosamente e, spiace dirlo, cattolicamente- o pretendono -a volte neppure silenziosamente- che qualcun altro le curi in nome della riconoscenza e dell’affetto. Insomma, questo welfare domestico non è una scelta win-win e, secondo me, raramente è libera da condizionamenti e aspettative che inquinano la qualità delle relazioni.

Il compito di spezzarla tocca secondo me a chi, almeno sulla carta, possiede più strumenti per interpretare la realtà: esatto, la mia generazione, quella che ha figli della fascia 0-6 e, forte di una visione tristemente lucida del futuro, deve trovare altre soluzioni organizzative che sono, lo sappiamo tutti, più costose e meno comode.

CONSAPEVOLEZZA FINANZIARIA: PRIVILEGIO ED ESEMPIO

So di cosa parlo, e mi permetto di aprire bocca anche se da una posizione di privilegio, innanzitutto economico: nei primi 3 anni di vita di mio figlio, suo padre ed io abbiamo versato 29 rate di asilo nido privato (le ho contate) perché potevamo.

Ma il privilegio più grande, del quale mi sono resa conto solo ora che ho unito i puntini scrivendo questo articolo, è essere cresciuta in un ambiente amorevole eppure privo di logiche familistiche, dove certe forme di sacrificio non mai state glorificate: nessuna donna anziana della mia famiglia (mia mamma, le mie zie, le mie stesse nonne defunte) seppure pensionata e in salute, ha fatto la nonna full-time. Eppure questo non è mai stato percepito da noi figlie (sì, tutte donne!) come una manchevolezza e soprattutto senza che questo impoverisse la loro relazione nonne-nipoti.

Tutte hanno scelto altri modi, materiali e/o immateriali, di prendersi cura delle persone piccole di casa, di contribuire praticamente e affettivamente al ménage dei figli, senza per questo diventare il pilastro su cui si regge l’economia di un altro nucleo famigliare. Si tratta di una lezione di indipendenza, pratica e finanziaria, che ha pesato sulla mia persona come un master ad Harvard e che, lo spero di cuore, farà un gran bene alla qualità dei rapporti intergenerazionali.

Il manuale che ho citato e che vi consiglio caldamente si intitola “Signore, è ora di contare! Manuale di consapevolezza finanziaria “, scritto da Aminata Gabriella Fall detta @pecuniami ed edito da Bookabook. Lo potete comprare a questo link

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